martedì 19 giugno 2007

I sindaci delle nostre città: ottomilacento piccoli re (sic!)

Leggo da molte parti di parlamentari che si battono a favore della rieleggibilità dei sindaci dei comuni, specie quelli piccoli. Gente agguerrita che sembra sempre più pronta ad aggirare la legge vigente nel tentativo di rimanere in sella, tra il disinteresse di tutti.
Notizie di stampa che dovrebbe essere lette come un impropri tentativi di superare un sacrosanto divieto di eleggibilità dei sindaci oltre i due mandati, vengono ignorati dall'opinione pubblica, giustificati dalla stampa, non perseguiti dalle autorità preposte.

Le disposizioni di legge che danno ai sindaci, per cinque anni, potere assoluto di gestione, specie per quando riguarda le piccole comunità, che rappresentano il 91,8% degli 8103 comuni italiani con il 42,2% della popolazione, ha sicuramente semplificato la vita al sindaco eletto, ma ha anche creato piccoli Ras che, spesso, utilizzano il loro potere assoluto come merce di scambio per consolidare le proprie attese di futuro sviluppo politico (sic!).

Possono revocare i propri assessori, i più di fatto escludono le minoranze, anche dalla gestione corrente, si fanno rieleggere spesso utilizzando il voto di scambio e quando non possono più essere rieletti, fanno eleggere teste di legno, fratelli, mogli, gregari per continuare a governare, contro lo spirito della legge, come vice sindaco o come direttore generale (vedi, per esempio, Gentilini o Praticò a Praia aMare), senza che nessuna "autorità" si opponga .
Per di più se il paese è “turistico” ( vi sono 4951 paesi con un rapporto tra “seconde” e prime case che vanno dal 15% al 1700%) questi piccoli ras utilizzano a piene mani la possibilità offertagli di gestire tasse, tributi e tariffe con ampia discrezionalità, senza doverne rispondere al momento del voto.

In un sistema che, così come configurato, è spesso bloccato, senza prospettive, che, spesso utilizza uomini senza capacità amministrativa e, sempre, opera senza controlli visto che l’unico controllo rimasto, con la normativa corrente, è la Relazione sul Bilancio del Revisore dei Conti (che il sindaco stesso nomina).
Un controllo che, per i piccoli comuni, è spesso assegnato ad un ragioniere qualsiasi, non iscritto all’albo dei revisori dei conti, e... qualche volta sodale di partito.

La rotazione voluta dalla legge con la ineleggibilità oltre i due mandati vuol tentare di rompere il naturale conflitto di interesse di un amministratore riconfermato. E poi, se così non fosse, si rischierebbe di soddisfare sempre e solo gli interessi della stessa parte politica (sic!).

Basta guardare i vari episodi di ribellione (dei sindaci) alle decisioni di autorità superiori (provincia, regione, governo e ..... commissari straordinari!) per ogni e qualunque atto che esuli dagli interessi della, spesso piccola o piccolissima, communità gestita e che possa portare quel tanto di supplemento di consenso necessario per essere rieletti! Vedi i sindaci ..... della spazzatura!

Un paese che va verso la disgregazione istituzionale frutto di un giusto tentativo di ottenere stabilità di gestione e responsabilizzazione mal gestito, senza contrappesi e mancante di un qualsiasi controllo.

La proposta seria non è l'eliminazione della rieleggibilità dei sindaci, ma il rafforzamento dei controlli con la nomina di un Revisore dei Conti iscritto all'albo e scelto da una Autorità terza, per esempio la stessa Corte dei Conti.

sabato 8 luglio 2006

E' necessario un ricambio al vertice delle Ferrovie dello Stato?

Leggo che si vuol mandare a casa Elio Catania, l’ennesima testa d’uovo che le Ferrovie dello Stato ha bruciato. Mai uno di questi “managers” è riuscito a governare le Ferrovie, fatto salvo, forse Schimberni.
Ma leggo, poi, che lo si vuol sostituire con un certo Maurizio Moretti un ex sindacalista CGIL, uno dei tanti che all’epoca del duo Viaciago/Necci , fu premiato per aver mandato a casa circa 100.000 ferrovieri e tra questi il fior fiore dei tecnici, inestimabile patrimonio della società.

Mi domando se qualcuno delle persone che si alternano al governo di questo strano paese si sia mai seriamente domandato perché le Ferrovie dello Stato hanno raggiunto il fondo.
Ma mi chiedo, anche, se è possibile che questi stessi nostri rappresentati non si rendano conto che il livello di sfascio raggiunto non sia il risultato del mancato rinnovo di una classe di dirigenti intermedi incapace di fare il proprio mestiere e orientati solo a consolidare il proprio piccolo potere.

Errori nella scelta degli investimenti, errori nella scelta delle priorità, errori nella scelta del segmento di mercato da servire, errori nelle strategia di mercato, errori di gestione, superficialità nelle scelte sulla sicurezza, arroganza, e assoluta mancanza dei più elementari principi etici che devono essere oggetto della gestione di un servizio, specie se questo servizio è fornito da una società dello Stato.

I ritardi, ormai divenuti cronici tanto da dover richiedere un allungamento dei tempi in orario (vedi p.e. l’allungamento di 20 minuti del percorso Reggio Calabria/Roma per l’intercity plus), le lunghe ed interminabili attese dei treni alle entrate delle stazioni, per insufficiente programmazione, la ormai consolidata abitudine di fermare lungo il percorso gli altri treni per aspettare il passaggio degli Eurostar. Senza parlare della scandalo del rinnovo (sic!) e messa in linea di alcune vetture messe in linea negli anni cinquanta, dovrebbero essere indicativi di cosa fare.
Ma ancor più grave è dimenticare la lunga catena di incidenti, e di morti e feriti, per insufficiente attenzione alla sicurezza.

Tutti de-meriti di una gestione arrogante che ha privilegiato solo gli investimenti non prioritari, come l’Alta Velocità, alcune decine di miliardi di euro per una linea ferrata che, ad oggi, è utilizzata da un sol treno! , e, ed è un controsenso, la ristrutturazione delle stazioni.Dimenticando gli utilizzatori abituali del treno e la loro sicurezza.

Ma, anche, errori nelle scelte strategiche/organizzative per una azienda dove, ormai da anni, il Ministro dei Trasporti si è sempre considerato, fino ad ora, come una sorta di Presidente Onorario, con il risultato delle inenarrabili inefficienze di cui sono soggetti passivi i consumatori. E con il risultato che una inevitabile e ben congegniata societarizzazione delle attività gestite a suo tempo dalle Ferrovie dello Stato si è rivelata solo una occasione per regalare “posti” di prestigio a qualche ignoto ed inconsapevole ex ottimo sindacalista

giovedì 6 luglio 2006

L’efficientamento dei servizi in concessione

Lo Stato dovrà, finalmente, assumersi le proprie responsabilità utilizzando comportamenti univoci e, se necessario, in contraddizione con le lobby di potere, per favorire la concorrenza e lo sviluppo.
Tra questi, prioritario, è un concreto e deciso passo perché alle imprese che gestiscono servizi in concessione, private o pubbliche, sia imposto di investire consistentemente e prioritariamente nelle aree depresse, specie quelle meridionali, per rendere servizi ad un livello almeno pari a quello offerto nelle altre aree del paese (vedi per esempio il largo divario di tempi di percorrenza e di qualità del servizio del trasporto ferroviario, la debolezza infrastrutturale della rete telefonica, che offre servizi a livelli di paesi del terzo mondo, strade ed autostrade abbandonate e pericolose, servizi sociali e sanitari inesistenti, rete elettrica fatiscente, ecc.).
Il che non significa necessariamente avviare faraonici investimenti in infrastrutture ma piuttosto significa investire soprattutto in tecnologia, manutenzione e una migliore gestione dell’esistente.
Le società concessionarie dello Stato devono rispondere al concedente (lo stato e la comunità tutta) non solo del prezzo praticato, ma soprattutto del livello di servizio offerto. Il contratto di concessione che lo Stato sottoscrive deve contenere una chiara, dettagliata ed univoca definizione dei servizi offerti, definendone le specifiche.

Lo Stato ed i propri rappresentanti (Ministri compresi!) devono accertarsi che le attività svolte dal concessionario rispettino le strategie generali nell’ambito delle quali è stata sottoscritto il contratto di concessione. Non come avviene ormai da anni al Ministero dei Trasporti, dove il Ministro si è sempre considerato, fino ad ora, come una sorte di Presidente Onorario, con il risultato di inenarrabili inefficienze (e ... sofferenze !) di cui sono soggetti passivi consumatori spesso deboli e non sufficientemente tutelati.
Ma soprattutto deve essere rivisto il concetto proprio di priorità degli investimenti nelle reti (ferroviaria, stradale, elettrica, telefonica, ecc.).

In un paese così economicamente squilibrato (e enormemente piccolo in termini di mercato applicabile) come l’Italia non possono valere solo i parametri della convenienza e del ritorno economico per definire le priorità di investimento nei servizi.
Quando è lo Stato, e la comunità, ad investire direttamente (esplicitamente attraverso la destinazione di fondi specifici e/o aumenti di capitale, implicitamente attraverso il riconoscimento di un sovrapprezzo sulle tariffe) non ci si può limitare ad accettare indicazioni sulla destinazione degli stanziamenti senza mettere in campo una seria verifica sulle compatibilità e sulle priorità. Ne si può eludere la necessità di mettere in campo, p.e. utilizzzando le authority, un serio controllo, in corso o a posteriori, sulla destinazione del danaro concesso e sulla effettiva realizzazione delle opere finanziate.
Devono essere messi in atto strumenti di controllo congrui che permettano di verificare che le opere previste siano eseguite nei tempi e nei modi previsti, che ad ogni servizio offerto corrisponda una dettagliata specifica, che i prezzi dei servizi siano adeguati al servizio offerto e che le specifiche per cui quel prezzo è stato stabilito siano rispettate.
Non come avviene ora dove ad ogni piè sospinto i concessionari (vedi le ferrovie e più recentemente le poste) annunciano nuovi servizi, spesso fasulli (vedi l'Intercity Plus), al solo scopo di aumentare impropriamente le tariffe declassando a parità di prezzo praticato il servizio sin a quel momento reso (vedi l’introduzione del servizio Eurostar e l’evidente declassamento del servizio Intercity, o per le poste lo scadimento e la successiva cancellazione del servizio ordinario).

Ancor più grave appare il caso del prossimo avvio del servizio di Alta Velocità che le Ferrovie dello Stato si apprestano a rendere ancor più caro di quello dell’Eurostar, nonostante gli investimenti siano stati pagati dallo Stato e cioè da tutti i cittadini, o quando le varie telecom introducono e promuovono a dismisura il servizio cellulare senza avere a disposizione frequenze capaci di soddisfare l’utenza, o quando la società autostrade costringe l’utente a pagare un sovrapprezzo per il servizio telepass, servizio che produce all’azienda un netto risparmio di gestione o come quando, in barba al dettato della concessione ed a qualunque criterio di sicurezza della circolazione stradale, la società gestore delle autostrade si limita a manutenere nastri di asfalto, forse ben tenuti, ma sicuramente privi di qualsiasi sistema di sicurezza e di controllo e di gestione dei flussi di traffico.

Ma soprattutto i servizi devono essere resi ai cittadini, ed agli imprenditori, con una qualità omogenea e non solo sulla base della loro capacità di essere degli “opinion makers”.
Come appare del tutto inopportuno che l'attenzione manageriale dei vertici delle Ferrovie dello Stato sia tutta orientata alla concorrenza con Alitalia sulla tratta Roma-Milano.

Il livello delle tariffe che lo Stato concede per questi servizi, seppur univoco per tutti gli utenti del paese, deve costituire per le imprese che lo producono valore medio e certificato di contabilità industriali separate che vedano assegnato per ciascun area di mercato servito ed ad ogni area del paese i relativi costi sia in termini di gestione che in termini di investimenti realizzati.

Al fine di evitare che i fondi ottenuti per gli investimenti vengano dirottati sulle aree geografiche più ricche ed i relativi ammortamenti vengano caricati sulle aree più povere del paese, o che tutto ciò avvenga a favore di aree di mercato privilegiate ( treni veloci contro treni pendolari) e gli “opinion makers” ottengano un servizio migliore.
E lo stesso vale, di contro, per i contributi governativi a cui queste imprese non voglio rinunciare ( vedi il mancato trasferimento del trasporto locale alle regioni o alle citta metropolitane, o la quota fissa delle bollette telecom o i vari sovrapprezzi di Enel, ecc.), per finanziare la gestione corrente.

Nel computo delle tariffe devono essere tenuti ben separati il regime degli sconti concessi, i costi di pubblicità, le esenzioni di pagamento dei servizi a favore di specifiche categorie di utenti, l’utilizzo gratuito di beni e personale a favore di terzi, le retribuzioni del top managment, che dovrebbero essere considerate nel computo del prezzo ad un valore standard o medio di mercato, la manutenzione e l’ammortamento di beni che non siano strettamente strumentali al servizio concesso. Ad evitare che questi vengano considerati impropriamente componenti del costo del prodotto.
Per inciso i privilegi concessi ai propri dipendenti o a vantaggio di particolari classi di cittadini dovrebbero far parte di accertamento fiscale a carico dell’azienda.
Questi devono essere considerati come una transazione commerciale resa al prezzo di mercato il cui costo deve essere a carico del bilancio nel conto profitti e sul quale l’azienda dovrebbe versare IVA e imposte. Naturalmente, poi, l’impresa dovrebbe inserire nei propri costi il corrispondente valore quale spesa promozionale o, se si tratta di dipendenti, dovrebbe considerare tale spesa nei costi accessori del personale, versando i relativi contributi.

Il relativo costo ricadente sulla comunità non si limita ai circa 700-800 milioni di euro di cui una (buona) parte influiscono sul livello dei costi che vengono considerati per il conteggio delle tariffe.

lunedì 19 settembre 2005

Ricerca & Innovazione, una via per far emergere le idee

La piccola media impresa italiana, davanti ai micidiali colpi dei paesi emergenti, sta rischiando il collasso, per mancanza di innovazione, di processo e di prodotto.

Cosa ferma i nostri piccoli imprenditori.
E', per caso, la mancanza di capacità di rischio la causa all'avvio di un qualunque tipo di innovazione?
Certamente no! Non vi è alcun nesso diretto tra capacità ad innovare e la disponibilità al rischio. Lo dimostrano le centinaia di piccole imprese che costituiscono il nostro sistema imprenditoriale. Lo dimostra la crescita e la capacità di stare sul mercato di alcune nostre medie imprese.
Il fatto è che la piccola impresa non ha la dimensione per dedicare risorse all'innovazione né si avventura in progetti che per loro natura richiedono una adeguata attenzione manageriale e tempi troppo lunghi rispetto al bisogno di rispettare il time to market specifico del proprio settore.
Non credo vi sia alcuna relazione tra l'essere imprenditore, essere capaci di innovazione e avere conoscenza delle tecnologie per lo sviluppo dell'idea imprenditoriale.
La vera innovazione richiede tutte queste caratteristiche messe insieme e quindi un impegno economico eccedente le capacità e le dimensioni della nostra piccola impresa. Soldi e persone.

Né più in generale, e questo vale per le aziende che hanno la dimensione economica per permetterselo, credo che costituire specifiche strutture organizzative stabili per innovare prodotti o processi possa dare frutti duraturi nel tempo.
L'innovazione e la ricerca sono appannaggio di spiriti liberi che possono dedicare all'impresa il proprio tempo e la passione per il proprio progetto. Gente che generalmente non ha abbastanza soldi da rischiare in una avventura. Uomini che per ottenere un qualche finanziamento sono costretti a sottoporre la propria idea innovativa al vaglio di burocrati spesso inesperti e che poco hanno a che vedere con il mercato e con il rischio. Soggetti rifugiati presso istituzioni statali, spesso troppo giovani, che sono chiamati ad emettere sentenze sull'efficacia del market plan o pingui impiegati di banca a cui è stato assegnato il compito di ricavare più soldi possibile in aggi vari, che non hanno alcun interesse a correre rischi.
Allora!?
Lo Stato si impegni a finanziare a costo zero, attraverso l'università, le idee innovative, tutte, destinando a queste il massimo possibile delle proprie risorse. Sarà, poi, l'università a fare in modo che l'idea sia sviluppabile, e quindi brevettabile.
Naturalmente lo Stato si organizzerà per rendere più concrete le regole di protezione sui brevetti e per promuovere l'incontro tra i ricercatori e le imprese, nazionali ed estere. Per esempio mettendone all'asta il successivo sviluppo e gli incentivi associati.
Tra gli incentivi possibili vi saranno finanziamenti agevolati a basso costo ottenuti senza istruire alcuna pratica e senza intermediari.
Il gruppo di sviluppo, creato secondo regole predeterminate (vedi articolo Un progetto per favorire la ricerca e l’innovazione del tessuto industriale italiano dello stesso autore), si impegnerà a realizzare, insieme all'università, il relativo prototipo, con l'impegno di promuoverne il successivo sviluppo impegnandosi a restituire allo Stato il finanziamento ottenuto.
Idea, brevetto dell'idea, cessione all'impresa più interessata, sviluppo finanziato.
L'università farà, così, finalmente lavorare i propri ricercatori ed i propri studenti su progetti concretamente utili e non si limiterà ad dispensare voti alla ... buona memoria; le imprese potranno innovare continuando a fare il proprio mestiere di produttori di beni, liberati da costosi e, spesso, inutili e defatiganti incontri con la burocrazia; lo Stato metterà in campo danari che generano attività e che ritornano, attraverso un fondo rotativo capace di avviare una spirale di sviluppo continuo. Il rischio? che vengano dispersi inutilmente più fondi di quanti se ne siano perduti sinora. Naturalmente il legislatore porrà un sol limite: che, in quattro o cinque anni, almeno il 70% dei fondi impiegati per il finanziamento dello sviluppo del prodotto scaturente dalla ricerca, ritorni.

domenica 24 aprile 2005

Una progetto per favorire la ricerca e l’innovazione del tessuto industriale italiano

Il 97,7% delle imprese industriali spende meno del 9% dei costi annui di R&S del paese. Qui di seguito una proposta per offrire alle 530.000 piccole e medie imprese italiane e ai suoi 2.770.000 addetti la possibilità di non morire ma di crescere, attraverso la ricerca e l'innovazione dei prodotti. Portando il rapporto R&S sul PIL a valori europei.

Scenario
Nel 2001 l’incidenza percentuale della spesa per R&S sul Prodotto interno lordo (Pil) è stata pari all’1,11%.

L’Italia è caratterizzata, quindi, da livelli di spesa per R&S in rapporto al Pil strutturalmente inferiori a quelli di numerosi paesi membri dell’Unione europea (Ue) o dell’Ocse. Nel 2001 la spesa per R&S sul Pil era pari all’1,92 per cento come media Ue (2,29 per cento per l’Ocse).
Circa la metà dell’attività di R&S intra-muros in Italia (49,1 per cento) è stata svolta nel settore privato; le amministrazioni pubbliche hanno assorbito la parte restante, con quote che vanno dal 32,6 per cento delle università, al 14,2 per cento nel caso degli enti pubblici di ricerca, fino al 4,2 per cento rilevato per le altre istituzioni pubbliche.

A prezzi correnti le spese in R&S delle imprese non superano, nel 2003, i 7.675 milioni di euro. Le attività di R&S si presentano fortemente concentrate nel segmento delle grandi imprese: nel 2001, infatti, circa l’83 per cento della spesa per R&S intra-muros è stato sostenuto da imprese con almeno 250 addetti; le piccole imprese (ovvero quelle con meno di 50 addetti) hanno contribuito alla spesa per ricerca solo per il 5,6 per cento, mentre le aziende di medie dimensioni (50-249 addetti) hanno sostenuto circa il 12 per cento della spesa complessiva.

Nel 2001 il personale impegnato in attività di R&S è risultato essere pari a 153.905 unità equivalenti a tempo pieno (di cui 66.702 ricercatori), contro le 150.066 rilevate nel 2000 (di cui 66.110 ricercatori). Il 49,3% delle spese in R&S delle imprese sono dedicate ad attività di sviluppo (dati ISTAT).
Le imprese con meno di 250 addetti rappresentano il 99,7 % del totale delle imprese industriali del nostro paese e occupano il 76 % degli occupati.

Proposta
La proverbiale capacità di imprendere del nostro paese, che negli anni passati tante piccole iniziative ha fatto nascere, viene sacrificata dalla incapacità, spesso tecnologica, a svilupparle.
L’obiettivo da porsi è quindi favorire la creazione di centri che con il concorso delle Università possano dare spazio allo studio, la prototipizzazione e sperimentazione di nuovi prodotti e/o nuove tecnologie da immettere poi sul mercato.
In tal modo si favorisce la creazione del nuovo prodotto associando l’innovatore, uomo di fantasia, con il tecnologo: i costi relativi potrebbero essere sostenuti a carico di un apposito fondo di rotazione che viene man mano ricostituito con parte dei proventi rinvenienti dalle vendite.
La proposta prevede che i laboratori universitari siano incentivati, per esempio con l’assegnazione di “fondi di rotazione dedicati” appositamente stanziati dal Ministero della Ricerca Scientifica, a realizzare prototipi di nuovi prodotti o sperimentare nuove tecnologie con e per conto di privati, piccole imprese o singoli, partecipando al costo dello sviluppo del prototipo. Non saranno finanziabili con questa forma i successivi costi di industrializzazione.
Il Laboratorio Universitario interessato alla ricerca sarà responsabile della istruttoria, della preselezione e della gestione delle risorse economiche ottenute.
All’Università vengono assegnati, annualmente, i fondi, dopo una prima assegnazione paritetica, in funzione del successo di mercato ottenuto con la somma delle assegnazioni precedenti (numero delle ricerche avviate, numero delle ricerche vendute).
Per le imprese interessate lo Stato partecipa al finanziamento del progetto dilazionando il prelievo dell’IVA e dei contributi sociali. Ciò avverrà attraverso il riconoscimento delle “Unità Economiche di Progetto di Ricerca”. Tali organismi rappresentano una nuova tipologia di società, una sorta di ONLUS (cioè organizzazioni non lucrative) che producono la non tassazione dei finanziamenti per la ricerca ottenuti da donatori, imprese o semplici cittadini.
Le Unità Economiche di Progetto di Ricerca dovranno essere costituite dagli enti partecipanti alla ricerca (Università, Impresa, Enti Istituzionali) e registrate, gratuitamente, da un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, senza l’intervento di un notaio, a cura di chi propone la ricerca da finanziare. Queste organizzazioni non fanno parte del registro delle imprese, hanno durata uguale alla durata del progetto, si avvalgono di personale, attrezzature e servizi conferite dai soci, non pagano imposte, né contributi, sono esenti dal pagamento dell’IVA. Una formula per avvicinare i piccoli imprenditori alla ricerca. Il personale conferito è dipendente strutturato delle organizzazioni conferenti. L’Università parteciperà al progetto utilizzando propri ricercatori interni e studenti del Dipartimento interessato alla ricerca, assunti, per lo scopo, con un contratto a progetto.
Alla chiusura del progetto di ricerca l’organismo a questo scopo creato cede all’impresa proponente il bene prodotto (i risultati della ricerca). Nel caso sia richiesto l’impresa può accedere a forme di pagamento dilazionato e senza interessi dei costi sopportati, dei costi di registrazione, del rimborso allo Stato dell’IVA e di qualunque imposta o contributo sospesa.
La restituzione del finanziamento avverrà con rate proporzionali al fatturato atteso (royalty), con un eventuale periodo di grazia corrispondente alla fase di avviamento sul mercato (il finanziamento verrà restituito a partire dal raggiungimento del break-even point economico del progetto per un tempo massimo di cinque anni, o se minore, alla durata della sua vita economica) sulla base del business plan approvato. La proprietà del bene è trasferita all’imprenditore solo in caso di rimborso totale del finanziamento.
L’Università rimane comproprietaria della ricerca e destinataria di una royalty commisurata all’impegno economico profuso, sui futuri ritorni economici. Le royalty costituiranno per le Università risorse aggiuntive destinate al finanziamento dei propri investimenti. In caso di mancato acquisto o di mancato pagamento, anche parziale, delle royalty la ricerca e i risultati raggiunti rimangono di proprietà dell’Università che ha diritto di registrarla a proprio nome e/o ad usarne i risultati per fini propri.
La proposta è dedicata al comparto della media, piccola e piccolissima impresa. Comparto che non ha certo il tempo, i mezzi né la professionalità per realizzare prototipi di nuovi prodotti o per sperimentare nuove tecnologie, ma che costituisce un importante motore per occasioni di sviluppo occupazionale, e di rinnovo dei prodotti.
Attualmente su un totale di 13.600 milioni di euro (dati 2001) le piccole imprese industriali (circa 536.000 imprese con meno di 50 addetti) e alle medie imprese industriali (circa 11.000 imprese con 50 – 250 addetti) partecipano all’8,50% del totale della spesa in ricerca e sviluppo. Le imprese spendono un totale di circa 6700 milioni di euro. I rimanenti 6.900 milioni di euro sono essenzialmente utilizzati per la copertura dei costi di gestione della ricerca pubblica.
Il comparto delle piccole imprese spende 696 euro/anno per impresa; il comparto delle medie imprese raggiunge i 70.571 euro per impresa/anno (rispettivamente 135 euro/anno e 735 euro/anno per addetto). Le grandi imprese ( imprese con più di 250 addetti) spendono 3,5 milioni di euro/anno per impresa (4.500 euro/anno per addetto), soprattutto per attività di sviluppo e aggiornamento prodotti. Spesa rimasta, mediamente, pressocchè costante (a costi 2001) negli anni 2002 /2003.
A questo tipo di progetto possono partecipare, con propri fondi e/o con proprie professionalità, gli Enti pubblici di ricerca, strutture sempre alla affannosa ricerca di una propria utilizzazione.
L’ipotesi è che si possa trasformare in un fondo di rotazione il finanziamento alla R&S e che si possano destinare alle piccole medie imprese fondi aggiuntivi per la ricerca e l’innovazione per un totale di circa 6.000 milioni di euro per i prossimi 3-4 anni. Questa politica scoraggia l’uso improprio dei fondi per la ricerca e potrebbe essere capace di avviare investimenti aggiuntivi in R&S pari a 10.000 milioni di euro/anno.
Un impegno che potrebbe essere sufficiente per portare a 1,9% il rapporto tra spese di R&S e PIL, annullando l’attuale divario con la media EU. Naturalmente si potrebbero ottenere benefici aggiuntivi per le imprese ed il paese se vi fosse un maggior controllo sulle spese dichiarate di sviluppo, spese che, spesso, si riferiscono ai costi di attezzaggio che nulla hanno a che fare con la R&S.
L’iniziativa potrebbe essere, inoltre, occasione per riportare verso cose concrete l’impegno dell’università. Ridandole efficienza e offrendole l’occasione di riallacciare contatti operativi con l’industria. Ma avrebbe anche il merito di ridare fiato all’asfittica economia del nostro paese.
La maggior parte di questo investimento è costituito da costi per addetti alla ricerca. Con una occupazione aggiuntiva stimata in 100.000-120.000 addetti equivalenti a fine periodo, con un effetto trascinamento che potrebbe quasi far raddoppiare gli attuali addetti equivalenti.
L’occupazione aggiuntiva potrebbe migliorare il tasso di disoccupazione relativo alle categorie più qualificate, quelle più danneggiate dall’attuale stato di crisi del paese, di vari punti percentuali. Con un volano per l’economia non indifferente. E con una straordinaria crescita della attuale potenzialità e per la competitività delle piccole medie imprese del nostro paese.
Aprile 2005 - Francesco Nunziata